ALCUNE RIFLESSIONI SUI DISTURBI DELL’ALIMENTAZIONE

L’obesità e la bulimia insieme all’anoressia si inscrivono nell’ambito delle malattie psicosomatiche e delle dipendenze patologiche.  Obesità, bulimia, anoressia si esprimono attraverso un disturbo alimentare e hanno  come fenomeno comune il loro manifestarsi attraverso il corpo: il corpo diventa un veicolo espressivo, fenomenologico, per descrivere una difficoltà nella relazione con l’altro e con se stessi. Le tre manifestazioni dei disturbi alimentari pur così diverse hanno in comune una radice: nella clinica psicoanalitica gli opposti hanno sempre una radice in comune.

Il primo aspetto che  propongo alla vostra riflessione è il corpo. Tanto la persona obesa che l’anoressica parlano attraverso il corpo. Il corpo diventa espressione di una certa sofferenza psichica. Se nell’anoressia la magrezza rappresenta il raggiungimento di un ideale estetico, nell’obesità l’eccesso di peso rappresenta un sorta di fallimento dell’ideale.  Questa polarizzazione produce delle conseguenze ben precise. Nell’anoressia constatiamo una tensione costante, il cui obiettivo si traduce nel raggiungimento del pieno controllo della fame: il  desiderio come espressione di una mancanza non viene soddisfatto, ma piegato dalla ferrea volontà di negarne la soddisfazione.

Nell’obesità l’eccesso di peso esprime l’impossibilità di controllare il desiderio come espressione di una mancanza. L’angoscia diventa circolare, in quanto si pone sia all’origine dell’impossibilità di tollerare la mancanza sia come esito fallimentare, dopo l’abbuffata. L’angoscia non trova espressione attraverso la parola e  viene placata attraverso il riempimento del buco, avvertito nello stomaco. Avviene un corto circuito veloce tra la percezione dell’angoscia, come angoscia del vuoto e il suo immediato soddisfacimento attraverso il cibo. La persona obesa deve fare continuamente i conti con un senso di vuoto dentro di sé, come se in quel vuoto si fossero concentrate le esperienze emozionali non elaborate e, come abbiamo detto,  che non hanno avuto accesso alla parola. Il cibo è come se avesse preso il posto delle cure e diventa una sorta di autocura. La disponibilità del cibo azzera la possibilità di una presa di distanza necessaria a mantenere vivo il desiderio come espressione di una mancanza e la capacità di tollerarla.  Nell’anoressia accade l’esatto contrario: la persona anoressica esercita al massimo grado il controllo del desiderio e fa della mancanza una sorta di vessillo di un’autosufficienza fortemente ricercata ed esibita nel corpo scarnificato. Nella bulimia accade invece che all’impossibilità di trattenersi dal divorare il cibo segue, attraverso il vomito, il tentativo di ripristinare un controllo, ovvero  la possibilità che la persona bulimica possa separarsi da tutto ciò che ha ingurgitato, ricreando illusoriamente le condizioni di una presa di distanza da tutto ciò che rappresenta il cibo, in primis il rapporto con l’altro ‘mancante’.  Il rapporto bulimico con il cibo è caratterizzato dal picco dell’abbuffata cui segue il rifiuto del cibo, agito attraverso il vomito, mentre nell’obesità si osserva l’impossibilità di rifiutare il cibo, la persona obesa resta imprigionata nell’imperativo del godimento qui e ora. (Massimo Recalcati, Uberto Zuccardi Merli, Anoressia, bulimia e obesità, Bollati Boringhieri)

Tanto nell’anoressia che nell’obesità e nella bulimia l’esperienza psichica dell’angoscia viene risucchiata nel corpo e privata della possibilità di una sua trasformazione, attraverso il pensiero. L’esperienza col cibo e con le cure materne sono fondative di un rapporto che può favorire lo sviluppo psichico o farlo collassare. Si può ipotizzare un fallimento nelle cure primarie?

La mente immatura del neonato, ricorda Freud, confonde il mangiare, baciare, divorare, distruggere sia come mangiare, divorare, distruggere che come essere mangiato, divorato, distrutto . Per questo il neonato ha bisogno di una mente capace di recepire le sue angosce, di tollerarle e di restituirle bonificate con quell’atto di amore necessario per superare le angosce primarie.  Il ritmo pieno- vuoto è parte della vita del neonato, su questo ritmo si creano le prime fondamenta del rapporto con l’altro, la madre o la persona che se ne prende cura. Il vuoto, inteso come vuoto nello stomaco, ma anche vuoto di cure, rappresenta una delle angosce primarie. Molto dipende da come il vuoto viene colmato.

Dunque il neonato ha bisogno di una mente ausiliaria che sia capace di comprendere i bisogni e soddisfarli in modo adeguato. Ogni caduta di attenzione si traduce per il neonato in una caduta nell’angoscia. I morsi della fame, avvertiti come veri e propri atti aggressivi, possono trasformarsi in panico:  cosa mi sta accadendo, chi mi fa male? Il neonato non ha linguaggio per poter esprimere ciò che sente, lo fa attraverso il pianto , che muta a seconda delle circostanze, di solito la madre impara a riconoscere dal tipo di pianto i bisogni del suo bambino. Per il neonato c’è ‘l’adesso’ o il ‘mai’, le categorie del tempo e dello spazio sono  traguardi che si conquisteranno nell’arco di due/tre anni. Dunque quando arrivano i morsi della fame o un mal di pancia il suo  pianto trasmette angoscia e se la mamma non arriva in tempo a tranquillizzarlo col latte,  con una coccola, il pianto angoscioso si trasforma in panico, in terrore senza nome. Non c’è neonato che non sperimenti questi stati angosciosi.

Cosa fa sì che un neonato possa superare gli ostacoli e accedere ad una crescita psichica o al contrario possa restare impigliato in una condizione di blocco dello sviluppo?

L’aspetto costituzionale rinvia a una capacità di tolleranza alla frustrazione che è soggettiva. Il carattere si eredita, come il colore dei capelli, ci sono neonati che ‘caratterialmente’ facilitano la presa in cura da parte della madre o di chi ne fa le veci. Sono più interattivi, sanno godere di un buon nutrimento sia fisico che psichico e ne serbano memoria. Ci sono neonati che hanno, invece una bassa soglia di tolleranza alla frustrazione, cedono facilmente alla disperazione se il seno/madre  non è lì pronto a nutrirli e tendono a ritirarsi dalle relazioni col mondo esterno, sentito come pericoloso se non violento. Questi neonati possono mettere in difficoltà chi si prende cura di loro e possono innescarsi  delle escalation dagli esiti imprevedibili.

Su questi aspetti si sono molto interrogati psicologi, pedagogisti, psicoanalisti. E tutti sono giunti ad attribuire una parte di responsabilità alla costituzione caratteriale del neonato e una parte alle relazioni di cura.

Tutti concordano nell’affermare che la difficoltà ad accedere ad una elaborazione dell’angoscia ha le sue radici in una insufficiente capacità di metabolizzare le esperienze emozionali.

In questa difficoltà  si inscrive la  cura psicoterapeutica, che consiste essenzialmente nel permettere al paziente di poter accedere alle proprie emozioni, disincagliandole  dal corpo , e  favorendone la mentalizzazione.

La psicoterapia psicoanalitica diventa così un’ opportunità per sperimentare  forme relazionali, che consentano alla coppia terapeuta-paziente di dar forma e nome a vissuti emozionali rimasti imbozzolati.